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Zuma: Mandela è stabile, sarà presto tra noi

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Conoscendolo come lo conosco posso dire che è un autentico combattente e presto sarà di nuovo tra noi.” Sono le parole del Presidente sudafricano Jacon Zuma che si dice fiducioso in un recupero di Nelson Mandela. L’ex Capo di Stato e leader della lotta all’apartheid è in condizioni gravi ma stabili, ricoverato da 4 giorni per una recidiva dell’infezione polmonare.

Ho incontrato l’equipe dei medici che lo segue. Mi hanno dato un aggiornamento dettagliato. Ho completa fiducia nel loro operato, stanno facendo un ottimo lavoro. Ora la situazione resta seria ma è stabile e davvero siamo tutti in preghiera per lui, davvero, perché si rimetta al più presto” ha detto Zuma.

Le misure di sicurezza sono state rafforzate attorno al MediClinic Heart Hospital di Pretoria dove è ricoverato Madiba. Ieri ha fatto visita all’ex marito, per la seconda giornata consecutiva, l’ex moglie Winnie, così come le 3 figlie.

Fonte: Euronews

 
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Pubblicato da su 12 giugno 2013 in Uncategorized

 

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Il Far West dei cercatori d’oro cinesi in Africa

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Il loro numero è incerto: tra 30 e 50 mila. Sono i nuovi protagonisti dellacorsa all’oro, setacciano il Ghana, secondo produttore del metallo prezioso in Africa. E questi cercatori vengono dalla lontana Cina. L’ambasciata cinese ad Accra se n’è «accorta» perché 124 sono stati arrestati in una retata organizzata dalla polizia del Ghana: accusati di essere clandestini, di sfruttare mano d’opera locale e di compiere violenze contro la popolazione.
I giornali di Pechino scrivono che molti lavoratori cinesi si sono nascosti nella giungla e che polizia ed esercito del Ghana stanno istigando la popolazione a stanarli e a razziare le loro proprietà. Sul web corrono voci incontrollate di fattorie cinesi date alle fiamme e di morti. Resta il fatto che i diplomatici di Pechino trattano la faccenda con cautela, chiedendo il rispetto della legge: la Cina ha investito più di ogni altro Paese del mondo in Africa negli ultimi dieci anni. Almeno 113 miliardi di dollari per essere protagonista dello sfruttamento delle risorse naturali, dal petrolio all’agricoltura, ai metalli. Generosi anche i prestiti, valutati in 110 miliardi e i doni, con la costruzione di stadi e aeroporti a spese dei «fratelli cinesi del popolo africano». Ci sono state anche accuse dineocolonialismo. Ora viene alla luce lo scandalo dei cercatori d’oro illegali che potrebbe rovinare la bella immagine di cooperazione che Pechino cerca di costruire.
Si dice che qualcuno di questi cercatori cinesi abbia accumulato 12 milioni di euro in un anno. In Ghana vengono estratte 98 tonnellate d’oro l’anno, la metà dai cinesi in miniere «legali» alla luce del sole (o clandestinamente).
Il fenomeno dei cercatori d’oro clandestini in realtà era noto anche alle autorità della Repubblica popolare cinese, perché nel 2011 in una piccola banca del villaggio di Shanglin era stato depositato un miliardo di yuan (120 milioni di euro) in due sole settimane. Il reddito medio di un contadino di quella zona non supera i 5 mila yuan all’anno. Si era così scoperto che la maggior parte dei minatori partiti alla ricerca di fortuna in Africa proviene proprio da Shanglin, nella provincia del Guanxi. Il loro numero è incerto, tra i 30 e i 50 mila. La loro presenza ha scatenato tensioni con i ghanesi, si parla di bande di rapinatori e ricattatori locali che cercano di taglieggiare i cercatori, mentre i cinesi avrebbero reagito con la costituzione di una forza di contractors armati.
Ma ora alcuni reduci cinesi dalla corsa all’oro stanno raccontando un’altra storia: i cercatori venuti da Shanglin trattano i lavoratori africani come schiavi, li pagano pochissimo, nelle miniere il rancio è peggiore di quello dei cani. E molti villaggi dell’Ashanti, regione centrale del Ghana, sarebbero stati assaltati, le donne violentate e le case bruciate. Questi fatti sono riferiti dal South China Morning Post, giornale in lingua inglese di Hong Kong, quindi non soggetto alla censura.
Violenze atroci, casi di razzismo. Come nel Far West. Ma questa volta i protagonisti sono venuti dall’Estremo Oriente.

Fonte: Corriere.it

 
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Pubblicato da su 7 giugno 2013 in Uncategorized

 

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Google investe 12 milioni di dollari sul fotovoltaico in Africa

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Google investe per la prima volta nelle energie rinnovabili in Africa: ha finanziato con 12 milioni di dollari un impianto solare fotovoltaico da 96 Megawatt all’interno del Jasper Power Project in Sud Africa.

È situato in un’area con un elevato tasso di disoccupazione e una volta completato fornirà elettricità a circa 30mila abitazioni. Di recente il colosso di Mountain View ha eseguito anche test sul territorio sudafricano per espandere l’accessibilità delle comunicazioni wireless in banda larga.

Finora l’impegno maggiore di Google nelle energie pulite è stato di 280 milioni di dollari in SolarCity: è un’azienda californiana che incoraggia la diffusione di impianti solari fotovoltaici tra i cittadini. Ha come amministratore delegato Elon Musk, il vulcanico imprenditore a capo anche di Tesla Motors. Da poco SolarCity ha ottenuto 500 milioni di dollari da Goldman Sachs che vuole raggiungere il traguardo di 40 miliardi di dollari investiti in rinnovabili nel prossimo decennio.

Fonte: Il Sole24ore

 
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Pubblicato da su 3 giugno 2013 in Uncategorized

 

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Google, Wi-Fi in Africa diffuso con palloni aerostatici

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Google non si accontenta di essere il re dei motori di ricerca. BigG punta a rendere il mondo sempre più connesso e per farlo ha in mente la costruzione di nuovi network nell’ Africa sub-sahariana e nelSudest asiatico. Un progetto per il quale Mountain View avrebbe previsto perfino la creazione di una sorta di dirigibili in grado di coprire con connessioni wireless vaste aree da grandi altezze, come racconta il Wall Street Journal.

Scopo dell’iniziativa sarà fondamentalmente rendere possibile la connessione a Internet a nuovi utenti, ma anche migliorare la velocità della Rete nei centri urbani. Per farlo Google starebbe lavorando a un sistema di microprocessori e smartphone Android low cost, abbinanti a palloni volanti per trasmettere il segnale, come componenti delle nuove infrastrutture di Rete. A questo, BigG avrebbe abbinato una serie di trattative con società di telecomunicazioni locali per dar vita al progetto, che in parte prevederebbe anche l’utilizzo delle onde radio riservate alle trasmissioni televisive per i nuovi network. In questo modo infatti, precisa Wired Uk, sarebbe possibile sfruttare onde a frequenza più bassa che possono essere trasmesse più facilmente attraverso gli edifici e su lunghe distanze.

“Si tratta di una tecnologia adatta a fornire la connettività a basso costo per le comunità rurali con scarse  infrastrutture per le telecomunicazioni, e per ampliare la copertura della banda larga senza fili in aree urbane densamente popolate”raccontavano in proposito da Google un paio di mesi fa illustrando il caso-studio in Sudafrica. Quest’ultimo è un sistema che identifica le frequenze Tv che non sono utilizzate e le rende disponibili per la Rete. In particolare quello di Cape Town è un sistema che conta una stazione base per trasmette il segnale a punti di accesso wireless di alcune scuole disposte a km di distanza.

Oltre a rendere possibile la connessione al Web di nuovi utenti l’iniziativa di Google potrebbe beneficiare lo stesso investitore. Più connessioni infatti significherebbero più utenti potenziali per Big G e i suoi servizi, fa notare il Wall Street Journal.

Fonte: daily.wired.it

 
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Pubblicato da su 29 maggio 2013 in Uncategorized

 

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Cobra e saluto al Sole sbarcano in Africa: è yoga-mania

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Lo yoga sbarca in Africa grazie a una task force di oltre 100 istruttori dell’Africa Yoga Project, un’organizzazione non-profit statunitense nata nel 2007 con l’obiettivo di fare conoscere questa antichissima disciplina spirituale indiana basata sulla stimolazione dei centri sottili del corpo umano.L’Africa Yoga Project offre da 4 anni corsi gratuiti a centri sociali, ghetti urbani, orfanotrofi e carceri.Il centro di detenzione femminile di Nairobi è una prigione di massima sicurezza dove gruppi di detenute hanno imparato a cercare una liberazione che nasce dall’interno.Mary Mwangi sconta una condanna all’ergastolo per rapina a mano armata e ha scoperto lo yoga all’interno di un gruppo di supporto per donne malate di Aids.

Prima di cominciare i corsi non sapevo niente sullo yoga. Avevo un blocco, non riuscivo a dire una parola in mezzo alla gente. Ma da quando ho iniziato le lezioni riesco a parlare e a essere felice perché mi sento finalmente libera“. Margaret Njeri, cresciuta nella baraccopoli di Kariobangi a Nairobi, è diventata un istruttore di yoga grazie all’Africa Yoga Project. Ora ha finalmente un lavoro e questo le ha cambiato la vita.”Quando vivevo a Kariobangi, rubavo, scippavo cellulari per avere qualcosa da mangiare e per dare una mano alla mia famiglia mi prostituivo. Diventare istruttore di yoga mi ha cambiato la vita, mi ha dato uno scopo e un lavoro“. Oggi un numero crescente di kenyoti cerca più o meno goffamente di assumere dignitosamente le asana rituali, le posizioni ginnicosofiche che caratterizzano lo yoga.

E il successo della pratica sembra contagioso, una contaminazione sociale e spirituale che dall’India millenaria sta entrando nel corpo sconfinato del continente africano. Offrendo speranze e prospettive forse esotiche ma radicalmente nuove.

Fonte: Tmnews

 
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Pubblicato da su 21 maggio 2013 in Uncategorized

 

Andrea Baldini con Four For Africa

Intervista ad Andrea Baldini
campione olimpico di fioretto a Londra 2012

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Andrea non ha bisogno di presentazioni, le sue imprese sportive sono ormai note a tutti gli appassionati di sport e non solo. L’ultima fatica di Londra 2012, gli ha regalato una bella rivincita dopo l’ingiusta esclusione da Pechino a pochi giorni dall’inizio dell’Olimpiade.

Fra i tanti progetti portati avanti fuori della pedana, Andrea, fin dagli inizi, sostiene l’attività di Four For Africa.

Ha vissuto in prima persona l’esperienza del viaggio, in compagnia di altri volontari, e ha voluto raccontare in breve il suo punto di vista.

ANDREA, COSA TI HA SPINTO A PARTIRE?
Mi è sempre piaciuto viaggiare, poter scoprire nuovi posti nuove realtà, conoscere e osservare le persone, modi di vivere e pensieri vicini e lontani dai miei. Ho sempre voluto andare in Africa, ma fino ad ora avevo sempre desistito in attesa di trovare una motivazione che rapresentasse qualcosa di più di un bel viaggio esotico.

PERCHE’ HAI SCELTO PROPRIO FOUR FOR AFRICA?
Il mio rapporto con l’associazione è cominciato quasi per caso. Inizialmente mi avevano contattato per fare da “testimonial”, ma nell’introdurmi quello che FFA era e voleva diventare, i loro valori, la direzione dei loro progetti, mi fecero un impressione talmente positiva che manifestai fin da subito il desiderio di farne parte in maniera attiva. E’ un gruppo giovane, serio, ma che sa anche divertirsi. Mi fecero sentire subito a casa.

COSA TI E’ RIMASTO DI UN VIAGGIO DEL GENERE?

Il viaggio in Senegal è stata un’esperienza incredibile, che ha unito la testimonianza sul campo di alcuni progetti sociali, come la costruzione di un distretto sanitario a Diourbel o l’assistenza alla maternità di Sebikotane, con la comprensione dei costumi dei luoghi.

CI TORNERAI?
Vorrei tornarci senz’altro, sia per toccare ancora con mano gli sforzi fatti da Four For Africa in Italia, che si tramutano in realtà qui in Senegal, sia per salutare e ringraziare tutti gli amici che in questa bellissima esperienza ho avuto modo di conoscere. Ho ancora una rivincita a pallone con i ragazzi del villaggio di Diourbel da fare, e Malick deve ancora farmi assaggiare il suo yassa-poulet migliore!

COSA CONSIGLI A CHI VORREBBE PARTIRE?
Consiglio di smettere di parlarne e partire veramente. Ma invito a prendere la cosa seriamente, sia per chi intraprende il viaggio con l’associazione, sia per chi parte con un gruppo di amici: ricordandosi che non è un viaggio turistico ma che mette al centro il viaggiatore con le comunità ospitanti. Dov’è fondamentale il rispetto della persona, delle culture e della natura del luogo.

SALUTACI SOLTANTO CON UNA FRASE: AFRICA E’… ?
Ben fatto è meglio che ben detto! (B.Franklin) 

Andrea Baldini Londra 2012

 

 
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Pubblicato da su 14 maggio 2013 in Uncategorized

 

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La Guinea ospite speciale del 26° Salone Internazionale del Libro di Torino

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E’ il primo paese dell’Africa sub-sahariana ospitato dal Salone Internazionale del Libro di Torino; un primato importante, che  porta la Guinea alla ribalta del nostro panorama culturale, raggiunto grazie alla caparbietà dell’associazione italo-guineana Nakiri e a numerose collaborazioni. Il programma è ricco di eventi, incontri, conferenze e concerti che si terranno al Lingotto Fiere e nel Salone Off.

Cultura: motore di sviluppo per la Guinea

La 26° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino - in programma dal 16 al 20 maggio 2013 al Lingotto Fiere - vede la partecipazione della Guinea come ospite speciale, preannunciandone la candidatura quale ospite d’onore al Salone del Libro di Torino 2014.

Il progetto OnGuinea nasce dalla volontà dell’Associazione italo-guineana Nakiri di stimolare gli scambi culturali tra l’Italia e la Guinea, favorendo la reciproca conoscenza attraverso la partecipazione a convegni, concerti, serate di approfondimento, manifestazioni interculturali e tutto ciò che possa avvicinare i due Paesi. E’ in quest’ottica che si sviluppa la partecipazione della Guinea alla 26° edizione del Salone del Libro, come ospite speciale. Coordinata dall’Associazione Nakiri, e resa possibile dalla collaborazione con il Ministero della cultura e del patrimonio storico della Guinea, il Ministero  degli affari esteri e dei guineani all’estero e il Ministero del Turismo della Guinea, la presenza della Guinea al Salone sarà ricca di incontri ed eventi legati al paese africano, che consentiranno al pubblico di scoprire la ricchezza del suo patrimonio storico, archeologico, musicale, artistico ed enogastronomico.

Nel corso del Salone, saranno ospitati alcuni dei personaggi più importanti della cultura guineana.

Si comincerà giovedì 16 alle ore 19 con una conferenza, che affronterà il tema “Oralità e scrittura nelle culture tradizionali dell’Africa occidentale”, alla quale parteciperanno Justin Morel Junior, ex ministro dell’informazione e della comunicazione e giornalista radio-televisivo nominato a Conakry nel 2000 “giornalista culturale del secolo”, Djibril Tamsir Niane, uno dei più illustri storici e scrittori guineani,Karim Metref, scrittore e giornalista algerino che da molti anni vive a Torino e si occupa di formazione,Pap Khouma, scrittore senegalese, immigrato in Italia nel 1984, dove è diventato giornalista. Modera l’incontro e Marco Aime, professore di antropologia culturale all’Università di Genova.

Venerdì 17 alle ore 16 in un’altra conferenza si parlerà della “Cultura come motore di sviluppo per la Guinea”, con Chantal Colle, che ha lavorato come consulente per la comunicazione per il Presidente della Repubblica di Guinea Lansana Conte, Tierno Monenembo, scrittore guineano, vincitore del premio Renaudot nel 2008, e Koumanthio Zeinab Diallo, fondatrice della sezione guineana del PEN Club International, membro del Comitato Internazionale delle scrittrici. Modera l’incontro Davide Demichelis, giornalista torinese, grande viaggiatore dell’Africa, dove ha realizzato reportage e documentari per giornali (fra gli altri Panorama, Oasis e vari quotidiani), radio e televisioni sulle popolazioni, le culture e le guerre che hanno sconvolto la vita del Continente.

Domenica 19, dalle 12 alle 18, gli autori ospiti del Salone saranno a disposizione nello stand Onguinea per parlare dei loro libri e conversare con il pubblico.

Giovedì, venerdì, sabato e lunedì, alle 11 e alle 14,30, sono inoltre previsti due momenti per i bambini e le scuole: in “Suoni e parole dell’Africa” i bambini (e anche gli adulti!) potranno seguire i racconti della storia africana e i suoni di strumenti poco conosciuti nella nostra cultura occidentale, che sapranno incuriosire e incantare chiunque vorrà sedersi ed ascoltare.

Ancora sabato 18, infine, per il Salone Off il Jazz Club di via Giolitti 30, ospiterà un concerto dei Ba Cissoko, uno dei gruppi musicali guineani più famosi in tutto il mondo che si propongono di “modernizzare la tradizione mandinga per diffonderla meglio; trasgredirla per renderle il giusto onore”.  Il loro leader, Ba Cissoko, da cui prende il nome il gruppo, è nato di una famiglia di griot, maestri cantanti ed abili musicisti di strumenti a corda, custodi di memorie secolari che vengono tramandate oralmente. Ba Cissoko ha fatto sue tali storie e, senza rompere lo stretto legame con la tradizione, ha aggiornato l’approccio strumentale, perfezionando la sua conoscenza della musica e degli strumenti tipici del suo mondo, integrandoli con le narrazioni dei cantastorie.

Un’occasione importante, dunque, per entrare nel vivo della cultura, della tradizione e del territorio guineano, che riserva momenti di inattese sorprese.

Fonte: Noisefromafrica.wordpress.com

 
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Pubblicato da su 13 maggio 2013 in Uncategorized

 

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Ghana, il ghetto delle streghe nel “paese-promessa” dell’Africa

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TAMALE (nord Ghana) - È un destino infame quello delle donne di Gnani, villaggio-rifugio  delle “streghe”, in fuga da famiglie e comunità che danno loro la responsabilità delle peggiori sciagure. Una sorte che le ha rese detenute con la formula “fine pena mai”, costrette a sopravvivere nella più umiliante delle dipendenze, quella di chi pur avendo di che campare, è costretto ad affidarsi alla solidarietà e al sostegno altrui. Aiuti supportati da progetti che Action Aid UK sviluppa da queste parti, dove anche Action Aid Italia opera, nel rispetto del ruolo che la grande Ong internazionale s’è ritagliata nel mondo della cooperazione, quello del difficile lavoro nel far emergere la consapevolezza dei diritti nella coscienza degli ultimi della Terra.

Nei sei villaggi-ghetto. Una condizione umana, quella delle “streghe” di Gnani – identico a quella delle persone ospiti in altri cinque villaggi-ghetto: Gambaga, Kukuo, Bonyase, Nabuli e Kpatinga – che trova ragione nelle oscurità più profonde e nascoste dell’animo di milioni di esseri umani in tutte le latitudini, ma qui alimentato da tradizioni e convincimenti millenari, che emergono nutrendosi nell’ignoranza, nella povertà, o anche nel banale calcolo di chi ha bisogno di eliminare qualcuno per semplice concorrenza in affari. Da millenni, infatti, l’esclusione sociale, la segregazione, il mobbing, come lo chiamiamo dalle nostre parti, fino all’eliminazione fisica di chi viene accusato di stregoneria, rappresentano le soluzioni suggerite nei capitoli non scritti della legge che regola le relazioni fra gli uomini.

Il contrasto con il resto. Tutto ciò risulta tanto più dissonante, a colpo d’occhio, quanto più si pensa di essere nello stato del Ghana, di cui si sente parlare spesso perché annoverato fra i più solidi paesi del continente (nonostante mille altre questioni aperte) soprannominato la “perla” dell’Africa occidentale, ex fiore all’occhiello dell’impero di sua maestà britannica, nazione-guida, dai tassi di crescita economica a due cifre, con il  più alto livello di scolarizzazione dell’Africa occidentale (quasi l’85 per cento, sebbene ancora circa 500.000 bambini siano fuori dal sistema scolastico), che vanta numerose e prestigiose università, per non parlare delle ricchezze naturali, come oro, cacao, diamanti, bauxite, manganese, di recente persino il petrolio. Una nazione che custodisce la speranza per milioni di africani, ansiosi di accorgersi non è più un miraggio il riscatto economico, sociale, culturale di milioni di persone e che è dunque possibile realizzare l’idea di una maggiore equità nella diffusione della ricchezza. Dunque, di fronte a tutto questo, incontrare tutte assieme un centinaio di “streghe”, e sentire da loro le storie terribili che si portano dentro, fa davvero un certo effetto.

L’istruttoria. Nel villaggio di Gnani, che ci ha ospitato per una mezza giornata, assieme ai cooperanti di Action Aid, vivono 254 “streghe”  39 “stregoni”, assieme a 17 bambini e 54 bambine, che per lo più fanno da badanti a quelli che per loro sono nonni, o parenti di due generazioni più anziani. Bambini senza scuola, e assistiti in tutto e per tutto. Nei sei villaggi-rifugio ci sono 567 persone, in prevalenza donne, nelle stesse condizioni. Le “istruttorie” di ingresso nel villaggio le coordina Al Assan Shei, eletto capo della comunità per diritto ereditario, in quanto appartenente ad una importante clan. “Lui, come moltissime persone nei diversi strati società ghanese, anche i più alti, spiega un rappresentante di Action Aid che fa da interprete – crediamo nella stregoneria. Pensiamo che i flussi malefici possano attraversare alcune persone e scagliarsi contro il mondo circostante, provocando anche disastri. Il problema è stabilire se queste accuse di stregoneria sono accuse strumentali, oppure se hanno un qualche fondamento. Questo è l’incarico che spetta al capo villaggio”.

Le storie. Racconta Fanli, una delle “streghe” ospiti da 15 anni a Gnani, che non vuole rivelare la sua età: “Quando è morto mio marito la sua famiglia ha cominciato a diffondere la voce che a mandarlo all’altro mondo ero stata io, con la mia potenza malefica. Ho passato periodi d’inferno. Nessuno mi parlava più, la gente mi evitava, la mia stessa famiglia mi teneva alla larga. Tutti avevano paura di me. Arrivata qui sono stata giudicata innocente. Però io sono voluta restare qui, non ci tornò da quelli. Mi fanno paura”.

La prova del pollo. Simile è la storia di Waapu Nojnu, 60 anni da poco compiuti. Lei, considerata responsabile della morte del figlio del suo terzo genito, è stata “condannata” dopo la terribile “prova del pollo”. Che consiste nell’ammazzare l’animale per poi constatare se il suo collo cade all’indietro, oppure in avanti. Se si verifica questa seconda ipotesi, il soggetto in esame viene considerato strega o stregone. Bene, Waapu è stata sfortunata con il pollo ed è qui da circa 20 anni. Sta bene in salute, ma a sentendola parlare si coglie tanta rabbia e amarezza nella sua voce.

Un fenomeno diffuso. Nei villaggi polverosi delle comunità rurali isolate l’aggressione di chi lancia accuse di stregoneria viene coltivata nell’indigenza, questo è certo. Ma – stando a quanto raccontano molti fra coloro che operano nell’ambito umanitario in questa regione del Ghana – il fenomeno è assai più diffuso e coinvolge anche strati insospettabile della ancora acerba borghesia ghanese, dei professionisti, persino del ceto accademico. Si racconta di fior di studiosi, che vantano credenziali prestigiose e master universitari ottenuti in Europa o megli Usa, arroccati nella loro convinzione dell’esistenza di forze occulte e sortileggi dai quali occorre difendersi. C’è chi giura, tra persone altrimenti serie e affidabili, di aver visto “streghe volare o correre da una parte all’altra di una stanza, a testa in giù”.

La magia nera nelle metropoli. Dunque, il fenomeno della stregoneria in Africa “non sempre e non solo ha a che fare con l’ignoranza e con la clausura culturale” – rifletteva tempo fa un professore di storia incontrato a Ouagadougou, in Burkina Faso -  la dimensione soprannaturale si è trasferita da 25-30 anni a questa parte dai villaggi rurali alle metropoli, raggiungendo anche gli ambienti a più diretto contatto, d’affari e non, con l’Europa”. Insomma, da Accra a Lomè, da Lagos a Freetown, da Abidjan a Ouagadougou, dilaga il timore della magia nera. Così se nelle comunità lontane e povere le “streghe” e gli “stregoni” sono rinchiusi nei ghetti come Gnani, nelle metropoli africane, gli “indemoniati porta sfiga” fanno i soldi a palate, per eliminare nemici, assicurare successo in amore, risolvere problemi coniugali, e – pare -  anche per far tornare fertile chi non riesce ad avere figli.

Fonte: Repubblica.it

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2013 in Uncategorized

 

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Merenda Solidale alla scoperta del Sénégal

progetto scuola 20 maggio
20 maggio 2013
ore 15:00
Merenda solidale “Alla scoperta del Sénégal”
Four For Africa onlus, ha avviato il progetto “Alla scoperta del Sénégal“, in collaborazione con la Scuola Primaria di Lorenzana (Pi).
Verranno organizzati due incontri, il 2 e il 9 maggio, durante i quali i volontari dell’associazione mostreranno ai bambini alcune foto dei viaggi che Four For Africa organizza in Senegal, alcuni vestiti tradizionali e piatti tipici; verranno fatte conoscere loro spezie e tessutistrumenti musicali e ritmi di percussioni.
In seguito i bambini saranno guidati “Alla scoperta del Sénégal“:
una storia creata da loro in cui racconteranno come immaginano questo paese lontano, cosa avrebbero fatto, chi avrebbero incontrato e cosa avrebbero mangiato.
Il 20 maggio i genitori saranno invitati a partecipare all’evento conclusivo dove le classe “racconteranno” il lavoro svolto con i volontari, attraverso una storia illustrata con i loro disegni e con una canzone tipica cantata direttamente da loro.
Per concludere ci sarà una merenda solidale a base di prodotti locali ed assaggi senegalesi.
per maggiori informazioni

 

 
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Pubblicato da su 24 aprile 2013 in Uncategorized

 

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Malawi: nel Paese degli orfani dell’Aids

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A trent’anni dalla scoperta del virus, viaggio nel cuore dell’Africa dove la popolazione è decimata dalla malattia e i bimbi senza genitori sono un esercito. Ma la collaborazione tra ong e governo locale comincia a dare qualche risultato. E a regalare un barlume di speranza.

Tra le regioni più povere dell’Africa, il Malawi non aveva certo bisogno dell’Aids per accelerare lo sfoltimento della sua popolazione (più di 13 milioni di abitanti), già decimata dalla fame. Ma l’implacabile virus continua a far vittime al ritmo – secondo dati recenti – di mille persone la settimana, aggiudicando al Paese il primato di 55mila decessi l’anno. Non so quanto lo sgomento possa essere alleviato dalla nozione che soltanto qualche anno fa il totale si aggirava sui 70mila.

L’epidemia colpisce soprattutto donne e bambini, che affollano iDream Center nell’area rurale intorno a Lilongwe – la capitale – e nelle altre città, inverosimilmente gremite da gente che “campa d’aria”, ridotta alla miseria estrema. Non deve quindi trarre in inganno la parola Dream, che in questo caso non significa affatto “sogno”: si tratta piuttosto delle iniziali di Drug Resources Enhancement against Aids and Malnutrition, ed è uno degli interventi di Project Malawi, l’iniziativa promossa dalla Fondazione Cariplo e da Intesa Sanpaolo per prevenire e combattere la diffusione dell’Aids e che sostiene organizzazioni non governative come la Comunità di Sant’Egidio e il CISP, il Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli. «È comunque un fatto», sostiene la signora Harrima Daudi, viceministro della Sanità, «che nel Malawi oggi più di un milione di persone vivono con l’Aids». Sorto nel 2005, il Dream Center(in tutti i Dream Center opera la Comunità di Sant’Egidio) di Mtengo Wanthenga dispone di una clinica che assiste attualmente 1.900 pazienti, di cui trecento bambini nati da madri sieropositive: tuttavia la maggior parte dei medici ed esperti della situazione sanitaria locale ritiene che il 94% delle donne colpite dalla malattia «non abbia trasmesso il virus» ai propri figli, grazie alla cura con medicine retrovirali. È il caso di Falesi Loyd, una signora di 36 anni, già madre di quattro figlie (tutte sane) e prossima al quinto parto: spera sia un maschietto, per il quale ha già scelto il nome, Vincenzo.

Uomini “campioni” di infedeltà. Non sembra aver alcun dubbio, Falesi, che sia stato il marito a trasmetterle il virus: ma nella sua voce, quando la incontriamo convalescente nella clinica del Centro, non c’è ombra di risentimento o rancore nei riguardi del coniuge, lui stesso vittima di ciò che nel Malawi viene talvolta definito «un fatale ingranaggio ereditario». Del tutto simile la vicenda di Monica Banda, sposata, con due figli piccoli e incinta di otto mesi, che però non può fare affidamento sul proprio compagno, ostinato “campione d’infedeltà” e perenne uccel di bosco. Non stupisce che pensi al divorzio come unica via d’uscita.

Di tutt’altro genere, invece, la storia di una donna anziana, Zainabu Dagliya, che abbiamo incontrato nel suo remoto villaggio dopo che la nostra inchiesta, iniziata nella capitale, s’era estesa nelle immense zone agricole della regione meridionale, da Bakala a Zomba, a Blantyre e poi giù giù fino alle pozzanghere e ai campi di tè del Thyolo, nel profondo Sud.

Zainabu sta trascorrendo la sua ottantesima primavera a Mtengo Wanthenga, frazioncina di poche case in muratura a un piano, affacciate sull’unica strada. Ha avuto quattro figli e otto nipoti. L’Aids ha bussato alla sua porta e il risultato è un ragazzino di undici anni, sieropositivo, i cui genitori morirono nel 2004, stroncati dal virus. Spende tutto il tempo e tutte le energie rimaste dietro questo gracile nipotino, Joseph Kachala, sfibrato dal vomito, che però migliora, dice, «grazie anche alle medicine del Dream Center e al cibo che mi mandano a casa, riso, soia, zucchero, piselli e qualche litro d’olio… Lo vedesse, com’è in gamba. Ora è a scuola. Sa leggere, sa scrivere…».

In un altro dei 28 distretti in cui è suddiviso il territorio del Malawi la tragica esperienza del virus è stata vissuta e positivamente risolta da una coppia di coniugi: lei, Georgina Lejani, 42 anni, Mtsuko, 48. Nel 2007 lui si ammalò e, dopo una visita in ospedale, scoprì di essere sieropositivo. Preoccupata, la moglie si sottopose ai test per ben sette volte, sempre con esito negativo. Solo nell’ultima visita (2011) a Georgina venne diagnosticata la sieropositività. Mtsuko non aveva mai comunque desistito dal proclamare la propria “verità”: e cioè di aver contaminato la moglie in seguito a rapporti intimi con altre donne.

Il seguito della vita coniugale tra i due è un idillio: sveglia alle 6 del mattino con gli occhi rivolti al cielo e la preghiera, rito che viene celebrato la sera, prima di cena. Il marito riceve regolarmente i farmaci da un ospedale governativo, mentre alla moglie provvede ogni giorno il Dream Center. Atmosfera francescana in casa.

Le polemiche sul controllo delle nascite. Difficile stabilire quante siano effettivamente le persone colpite dal virus dal momento che gran parte della popolazione è restia a sottoporsi ai controlli sanitari necessari per accertarlo: una tendenza, questa, particolarmente diffusa nelle grandi comunità rurali del Meridione, dove per altro la promiscuità e l’attività sessuale sono più intense che al Centro e nel Nord del Paese.

Se non più viva, rimane certamente intensa nel Malawi la polemica sul problema del controllo delle nascite e sui rimedi legittimi da adottare per risolverlo. Il governo e altre organizzazioni laiche sostengono apertamente i promotori della campagna per il ricorso agli anticoncezionali, ancora vivacemente avversata e respinta dalla comunità cattolica; mentre al tempo stesso il Dream Center stigmatizza il sistema tradizionale della famiglia malawiana, dove il padre-padrone gode di una posizione di assoluto privilegio (tutto gli è dovuto in abbondanza, a cominciare dal cibo) a scapito dei figli, che crescono deboli e malati, privati come sono, fin dall’infanzia, di una adeguata alimentazione.

Altro momento interessante. La visita a Katsukunya, un remoto villaggio in provincia dove, sempre con il sostegno di Project Malawi, si stanno realizzando una serie di progetti a beneficio della comunità e, soprattutto, dell’infanzia locale. Un tentativo di sottrarre i bambini a quella che è stata, per secoli, la loro più grande disavventura: l’analfabetismo.

L’inerzia dei governanti. Il locale appena allestito dovrebbe svolgere le funzioni di asilo-nido, destinato ai piccoli dai tre ai cinque anni. Sono stati predisposti sei angoli per soddisfare tutte le tendenze: di chi ama la natura, di chi ama l’arte, la cultura, la religione e infine la danza e la musica. Ed è proprio quest’ultima che affascina un gruppetto di musicisti in erba, i quali, presi d’assalto alcuni tamburi, sprigionano un inaudito fracasso di suoni che, nella loro puerile immaginazione, dovrebbe evocare le sonore mareggiate dei Beatles e dei Rolling Stones.

Landa incantevole, il Malawi, così diversa da come l’avevo immaginata, colline verdi e campi sterminati di mais fatti ondeggiare dal vento, villaggi graziosi color pastello, strade pulite. Ma per sapere in che misura l’Aids ha infierito sul Paese ricorro a uno dei suoi più importanti intellettuali, Mabvuto Bamusi, che ha scritto un libro, Malawi Poverty, sui disagi della situazione socio-economica. «Per cominciare », esordisce, «affermo subito che noi non abbiamo ancora promulgato una legge contro l’Aids grazie all’inerzia dei nostri governanti, presenti e passati. Invece di finanziare un progetto che colmasse questa lacuna, il governo di Lilongwe ha speso i soldi per la residenza del capo dello Stato e per i viaggi intercontinentali dei nostri ministri. Occorre instaurare subito una nuova leadership e non dipendere più, per le decisioni economiche, dal Fondo Monetario Internazionale. Bisogna pure affrontare il tema della povertà nel nostro Paese, che coinvolge tutti gli strati sociali». Anche sul terreno della sanità, Bamusi ha parlato di “corruzione interna” e di “contrabbando di prodotti medici”, come avviene di sovente nello Zambia e nel Mozambico, i due Paesi confinanti. E ha pure ricordato che mentre il presidente del Malawi festeggiava il giorno di San Valentino innaffiando gli ospiti con lo champagne, il carburante scarseggiava mettendo in difficoltà autoambulanze e generatori di corrente negli ospedali.

Testimonianze di sofferenza. Ultimo appuntamento nel villaggio di Chibwan, nella regione del Thyolo, dove il 40% della popolazione è sieropositiva e tutti si guadagnano da vivere sguazzando negli acquitrini delle immense piantagioni di tè. Anche qui le donne che incontro hanno dovuto fare i conti con l’Aids, che ha sconvolto la loro esistenza. Testimonianze quasi sussurrate, fatte comunque a bassa voce per non turbare l’incanto del paesaggio. La prima a confidarsi è Violet Paulo, 32 anni, che non può più camminare perché azzoppata dalla malattia e che recentemente ha perso il marito. Ed ecco Patuma Kauda, sieropositiva dal 2009, pure lei paralizzata e immobilizzata tre anni or sono da un cancro, conseguenza dell’Aids, ora accudita dall’anziana madre, rimasta vedova con tre figli grandi che vede di sfuggita quando emergono dal pantano, neri di fango. E infine Stazia Amusa, 48 anni, sposata e con tre figli (ma uno di essi naturalmente scomparso), che nel 2003 aveva scoperto di essere sieropositiva e che l’implacabile virus le era stato trasmesso dalla propria figlia, aggredita poi mortalmente dall’Aids.

Il dramma del Malawi, che si sarebbe sviluppato a tappe durante il nostro soggiorno su palcoscenici diversi, era già tutto specchiato negli occhi di Memory Chiguguza, una signora di 36 anni, malata di Aids, sdraiata su una stuoia e per sempre immobilizzata da un tumore che nel 2008 («secoli fa» avverte) l’aveva colpita alle gambe. È stata la nostra prima intervista e anche la più breve. Poche parole, accompagnate da lunghi sguardi che raccontavano una sofferenza infinita. Era lei il Malawi.

Fonte: Corriere.it

 
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Pubblicato da su 22 aprile 2013 in Uncategorized

 

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